IL DIARIO

AMORE E ODIO CON ADOBE DIGITAL PUBLISHING SUITE

Lavoro con la DPS fin dalla sua versione beta, ciò vuol dire che ormai sono quattro anni e mezzo, quando l’iPad non era retina e non riuscivi a tenerlo in mano per più di 10 minuti senza slogarti un polso. Quello con la DPS è sempre stato un rapporto di amore/odio; l’ho amata perché finalmente mi permetteva di fare le riviste digitali e l’ho odiata perché mi costringeva spesso a modifiche del workflow e aggiornamenti che a loro volta necessitavano di nuovi aggiornamenti per bug che mi facevano uscire di testa in quanto capitavano a pochissimi e io ero spesso uno di questi “fortunati”.

Ogni giorno che passa la DPS mi diventa sempre più stretta e anche se continuo a lavorarci ogni mese per Speak Up, Archeo e MedioEvo ho una costante sensazione di usare uno strumento poco flessibile, costoso, realizzato da una società, Adobe, che tratta i suoi clienti da monopolista, ovvero in modo arrogante. In questi anni Adobe ha cambiato a suo piacimento i costi e quello che potevi fare o non fare con il tuo abbonamento, ha mantenuto il formato .folio chiuso (nonostante avesse annunciato una sua apertura io non ho visto niente ma forse mi sono perso qualcosa), hanno tolto la possibilità di pubblicare con Amazon e limitato quella con Google favorendo in maniera spudorata la Apple. La DPS è tutt’ora, dopo anni, un prodotto in “progress”, in pratica i clienti sono stati fin’ora dei beta tester paganti.

L’Adobe nel 2010 per far piazza pulita dei possibili futuri concorrenti ha rilasciato una versione di un prodotto non finito e con un percorso incerto, in questo modo ha attratto tutti gli editori che già usavano inDesign con un sistema apparentemente già “pronto” ma che poi si è dimostrato altamente immaturo. Il fatto che il sistema sia tutt’ora chiuso non ha poi permesso agli editori di cambiare sistema e fornitore pena la perdita di un archivio che gli è costato pena, fatica e molti soldi. Per esempio quando con Speak Up abbiamo pensato ad alternative ci siamo scontrati con il problema di un archivio di oltre 40 numeri arretrati che sarebbe stato praticamente impossibile da mantenere, infatti non esisteva alcun sistema per convertire questi arretrati e importarli altrove. Per un editore vuol dire dover rifare tutto da zero e spendere cifre che rendono antieconomico cambiare.

La DPS ha avuto poi sempre un’impostazione rigida e all’antica, un numero alla volta con copertina, mese/settimana di pubblicazione, questa è in assoluto la cosa che meno digerisco. Possibile che un’azienda con migliaia di dipendenti che sicuramente sono menti sopra la media non abbia pensato fin’ora che le riviste digitali non sono mai decollate perché sono sempre state trattate come quelle cartacee? la Adobe ha grandi responsabilità in questo stallo. È ormai da parecchio tempo che ho chiara una cosa: le riviste digitali per avere successo devono essere trattate in maniera totalmente diversa, basta numeri interi che escono una volta al mese. La gente si dimentica di te se pubblichi qualcosa con questa periodicità, una volta c’erano i tempi di stampa e distribuzione come giustificazione ma ora bisogna pensare l’editoria digitale in modo simile se non uguale a internet. Ha senso pubblicare un numero di una rivista una volta al mese con editoriale, rubriche iniziali, storia di copertina, qualche intervista, recensioni il tutto intramezzato da pagine pubblicitarie? io penso di no, la chiamo “editoria monolitica” un grosso e pesante contenitore che ha senso quando su carta ma lo perde quando lo leggi sul tablet o sul computer. Il lettore avverte, in molti casi in modo incosciente, questo distacco tra il contenuto e il contenitore e questo disagio si tramuta in “non mi piace leggere le riviste sul tablet”. Infatti le riviste su carta sono vive e vegete e fanno ancora l’85-90% del fatturato degli editori tradizionali.

La radio con la tv non è scomparsa, ha smesso di essere l’unico modo di ricevere le notizie e fruire dell’intrattenimento, lo stesso è successo tra tv e internet. Lo stesso dovrà essere tra riviste su carta e “riviste digitali” che per prima cosa si dovrebbe smettere di chiamare in questo modo. Il giusto approccio, almeno per me, è quello della pubblicazione dei singoli articoli su base giornaliera o in ogni modo frequente. Questi devono essere pensati in modo da integrare testo, poco, immagini, video in modo equilibrato senza esagerare con gli effetti speciali che spesso danno solo la nausea. Gli articoli devono essere facilmente ricercabili e raggruppabili per tema/interesse del lettore e deve inoltre essere possibile creare forme di abbonamento o membership flessibili. Non sto inventando niente, ci sono già app di questo genere, Flipboard vi dice niente? e per molti lettori questi aggregatori bastano e avanzano. Poi non ho capito perché bisogna tenere separati le app per tablet/smatphone e i siti internet di queste pubblicazioni, addirittura molte pubblicazioni non hanno un sito internet, una vera follia! è una auto-limitazione inconcepibile. Non ci dovrebbe essere differenza, i contenuti devono semplicemente arrivare a destinazione su web, tablet e smartphone a seconda delle preferenze del lettore.

Ma il giorno arrivò e finalmente Adobe sembra essersi accorta di quanto la DPS abbia un’impostazione sbagliata e nell’annuncio riguardo la nuova versione fatto recentemente da Nick Bogarty (Senior Director Head of Digital Publishing) che attualmente viene usata in anteprima da Fast Company scrive: “Early results from the app beta period are exciting. 75% were likely to recommend the app to a friend and 64% used the iPhone as their primary access point to the content. To engage readers more FastCo adjusted their editorial processes to offer readers a fresh set of content in the app every day and 80% of beta users preferred this approach over a monthly issue.” Nick ha quindi scoperto l’acqua calda e prosegue dicendo: “We’ll deliver modern app viewers across major mobile platforms; services to allow for continuous mobile publishing via an article-based approach; integration with authoring tools from Adobe and third-parties; new options to allow for things like all-access subscriptions; easy integration with enterprise entitlement systems; robust APIs for third party developers; and new native social features.

Bene, aspettiamo la prossima estate per vedere se questi strumenti saranno proprio quelli che servono oppure no, spero solo che la nuova versione non sia un’ulteriore beta che noi utilizzatori dovremmo testare, che i costi siano contenuti e adeguati a ciò che viene offerto e che ci sia una maggiore apertura verso le terze parti come annunciato. Nel frattempo possiamo intravedere qualcosa scaricando l’app di Fast Company, rivista americana che parla delle aziende più interessanti, a prescindere dall’aspetto tecnico, una lettura interessante, ci vorrebbe qualche editore che la porti anche in Italia e Svizzera…

L’immagine di apertura: a sinistra Fast Company che la Adobe usa come tester per la nuova versione della DPS e a destra l’ultima copertina di Speak Up (il n.50 in digitale), la rivista che realizzo con la Adobe Digital Publishing Suite da oltre quattro anni per conto di My Way Media.

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *