Amore e odio con Adobe Digital Publishing Suite

Amore e odio con la
Adobe Digital Publishing Suite

Lavoro con la DPS fin dalla sua versione beta, ciò vuol dire che ormai sono quasi sei anni. Da quando l'iPad non era retina e non riuscivi a tenerlo in mano per più di 10 minuti senza slogarti un polso.

Di Claudio Brignole

Quello con la DPS è sempre stato un rapporto di amore/odio; l’ho amata perché finalmente mi permetteva di fare le riviste digitali e l’ho odiata perché mi costringeva spesso a modifiche del workflow e aggiornamenti che a loro volta necessitavano di nuovi aggiornamenti per bug che mi facevano uscire di testa in quanto capitavano a pochissimi e io ero spesso uno di questi "fortunati".

Ogni giorno che passa la DPS mi diventa sempre più stretta e anche se continuo a lavorarci ogni mese per Speak Up, Archeo e MedioEvo ho una costante sensazione di usare uno strumento poco flessibile, costoso, realizzato da una società, Adobe, che tratta i suoi clienti da monopolista, ovvero in modo arrogante. In questi anni Adobe ha cambiato a suo piacimento i costi e quello che potevi fare o non fare con il tuo abbonamento, ha mantenuto il formato .folio chiuso (nonostante avesse annunciato una sua apertura io non ho visto niente ma forse mi sono perso qualcosa), hanno tolto la possibilità di pubblicare con Amazon e limitato quella con Google favorendo in maniera spudorata la Apple. La DPS è tutt’ora, dopo anni, un prodotto in “progress”, in pratica i clienti sono stati fin’ora dei beta tester paganti.

L’Adobe nel 2010 per far piazza pulita dei possibili futuri concorrenti ha rilasciato una versione di un prodotto non finito e con un percorso incerto, in questo modo ha attratto tutti gli editori che già usavano inDesign con un sistema apparentemente già “pronto” ma che poi si è dimostrato altamente immaturo. Il fatto che il sistema sia tutt’ora chiuso non ha poi permesso agli editori di cambiare sistema e fornitore pena la perdita di un archivio che gli è costato pena, fatica e molti soldi. Per esempio quando con Speak Up abbiamo pensato ad alternative ci siamo scontrati con il problema di un archivio di oltre 40 numeri arretrati che sarebbe stato praticamente impossibile da mantenere, infatti non esisteva alcun sistema per convertire questi arretrati e importarli altrove. Per un editore vuol dire dover rifare tutto da zero e spendere cifre che rendono antieconomico cambiare.

La DPS ha avuto poi sempre un’impostazione rigida e all’antica, un numero alla volta con copertina, mese/settimana di pubblicazione, questa è in assoluto la cosa che meno digerisco. Possibile che un’azienda con migliaia di dipendenti che sicuramente sono menti sopra la media non abbia pensato fin’ora che le riviste digitali non sono mai decollate perché sono sempre state trattate come quelle cartacee? la Adobe ha grandi responsabilità in questo stallo. È ormai da parecchio tempo che ho chiara una cosa: le riviste digitali per avere successo devono essere trattate in maniera totalmente diversa, basta numeri interi che escono una volta al mese. La gente si dimentica di te se pubblichi qualcosa con questa periodicità, una volta c’erano i tempi di stampa e distribuzione come giustificazione ma ora bisogna pensare l’editoria digitale in modo simile se non uguale a internet. Ha senso pubblicare un numero di una rivista una volta al mese con editoriale, rubriche iniziali, storia di copertina, qualche intervista, recensioni il tutto intramezzato da pagine pubblicitarie? io penso di no, la chiamo “editoria monolitica” un grosso e pesante contenitore che ha senso quando su carta ma lo perde quando lo leggi sul tablet o sul computer. Il lettore avverte, in molti casi in modo incosciente, questo distacco tra il contenuto e il contenitore e questo disagio si tramuta in “non mi piace leggere le riviste sul tablet”. Infatti le riviste su carta sono vive e vegete e fanno ancora l’85-90% del fatturato degli editori tradizionali.

La radio con la tv non è scomparsa, ha smesso di essere l’unico modo di ricevere le notizie e fruire dell’intrattenimento, lo stesso è successo tra tv e internet. Lo stesso dovrà essere tra riviste su carta e “riviste digitali” che per prima cosa si dovrebbe smettere di chiamare in questo modo. Il giusto approccio, almeno per me, è quello della pubblicazione dei singoli articoli su base giornaliera o in ogni modo frequente. Questi devono essere pensati in modo da integrare testo, poco, immagini, video in modo equilibrato senza esagerare con gli effetti speciali che spesso danno solo la nausea. Gli articoli devono essere facilmente ricercabili e raggruppabili per tema/interesse del lettore e deve inoltre essere possibile creare forme di abbonamento o membership flessibili. Non sto inventando niente, ci sono già app di questo genere, Flipboard vi dice niente? e per molti lettori questi aggregatori bastano e avanzano. Poi non ho capito perché bisogna tenere separati le app per tablet/smatphone e i siti internet di queste pubblicazioni, addirittura molte pubblicazioni non hanno un sito internet, una vera follia! è una auto-limitazione inconcepibile. Non ci dovrebbe essere differenza, i contenuti devono semplicemente arrivare a destinazione su web, tablet e smartphone a seconda delle preferenze del lettore.

Ma il giorno arrivò e finalmente Adobe sembra essersi accorta di quanto la DPS abbia un’impostazione sbagliata e nell’annuncio riguardo la nuova versione fatto recentemente da Nick Bogarty (Senior Director Head of Digital Publishing) che attualmente viene usata in anteprima da Fast Company scrive: “Early results from the app beta period are exciting. 75% were likely to recommend the app to a friend and 64% used the iPhone as their primary access point to the content. To engage readers more FastCo adjusted their editorial processes to offer readers a fresh set of content in the app every day and 80% of beta users preferred this approach over a monthly issue.” Nick ha quindi scoperto l’acqua calda e prosegue dicendo: “We’ll deliver modern app viewers across major mobile platforms; services to allow for continuous mobile publishing via an article-based approach; integration with authoring tools from Adobe and third-parties; new options to allow for things like all-access subscriptions; easy integration with enterprise entitlement systems; robust APIs for third party developers; and new native social features.

Bene, aspettiamo la prossima estate per vedere se questi strumenti saranno proprio quelli che servono oppure no, spero solo che la nuova versione non sia un’ulteriore beta che noi utilizzatori dovremmo testare, che i costi siano contenuti e adeguati a ciò che viene offerto e che ci sia una maggiore apertura verso le terze parti come annunciato. Nel frattempo possiamo intravedere qualcosa scaricando l’app di Fast Company, rivista americana che parla delle aziende più interessanti, a prescindere dall’aspetto tecnico, una lettura interessante, ci vorrebbe qualche editore che la porti anche in Italia e Svizzera...

L'immagine di apertura: a sinistra Fast Company che la Adobe usa come tester per la nuova versione della DPS e a destra una copertina di Speak Up (il n.50 in digitale), la rivista che realizzo con la Adobe Digital Publishing Suite da sette anni per conto di My Way Media.

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Le dieci cose + 1 da fare e non fare per le vostre edizioni digitali

Le dieci cose + 1 da fare e non fare per le vostre edizioni digitali

Negli ultimi sette anni ho potuto osservare direttamente i principali errori che gli editori tradizionali fanno quando decidono di lanciare un’edizione digitale di una loro rivista.

Di Claudio Brignole

Ho pensato quindi di riunire insieme un po’ di consigli che potrebbero esservi utili per evitare di perdere tempo, soldi e fare un cattivo prodotto che scontenti i vostri lettori.

  1. Smettetela di pensare alle riviste come avete sempre fatto. Ovvero strutturate per essere consultate su carta, con un sommario, un editoriale, le rubriche, la cover story e così via. Non funziona, non c’è verso di usare un modello nato per la stampa con un tablet. Le possibilità sono diverse, diverso dev’essere il modo di proporre i contenuti. Bisogna realizzare un prodotto editoriale apposito e mai e poi mai limitarsi a pubblicare i pdf delle vostre pagine cartacee. Fatelo e fallirete miseramente. Sicuramente.
  2. Anche i contenuti devono essere pensati per essere fruiti su media diversi: web, tablet, smartphone, su carta. Si può scegliere di fare i contenuti differenziati tra carta e digitale oppure testi che possono andare bene ovunque senza necessità di fare aggiustamenti. Se non volete perdere tempo a cambiare i testi basta non scrivere “vedere pag.45”, i tablet e gli smartphone non hanno le pagine numerate! oppure “foto a destra”, in digitale spesso le foto sono usate diversamente e in altre posizioni. Sono piccole cose ma fanno risparmiare un sacco di tempo.
  3. Non pubblicate le vostre riviste con una cadenza mensile! un lettore medio legge una rivista in un paio di giorni. Vuol dire che poi per altri 28 giorni si dimenticherà di voi e successivamente si dimenticherà di voi per sempre. Siamo nell’era del web dove le notizie e gli articoli vengono aggiornati ogni pochi minuti, non si può più pensare di impacchettare un certo numero di contenuti e pubblicarli tutti insieme una volta al mese. È un’idea perdente fin dal principio. I contenuti devono essere pubblicati con cadenza giornaliera o al massimo settimanale in modo singolo, articolo per articolo. Si valorizzano di più i vostri articoli, si spingono i lettori a consultare la vostra app molto più spesso e non solo per due giorni al mese.
  4. Fate promozione della vostra pubblicazione! a seconda del vostro budget potete spendere poco o tanto ma dovete far sapere ai vostri potenziali lettori che ci siete. Non basta pubblicare la vostra app, ce ne sono quasi un milione, come potete pensare che i vostri potenziali lettori vi scoprano per caso?
  5. La promozione deve usare i social network e deve iniziare prima della pubblicazione vera e propria, non dopo. Dovete creare attesa intorno alla vostra pubblicazione puntando sul target di lettori più appassionati.
  6. Una volta pubblicata, ottimizzate le parole chiave negli store e mantenetele aggiornate. È molto importante per farvi trovare facilmente. Create anche un video che spieghi cos’è la vostra pubblicazione e una “landing page” sul vostro sito che riassuma in poche parole cosa offrite.
  7. Adottate una strategia di prezzi semplice e chiara. Gli abbonamenti annuali sono sempre meno utilizzati, lo stesso concetto di “abbonamento” è obsoleto. Utilizzate nuove formule come la “Membership” in cui i membri oltre a leggere i vostri contenuti possano accedere a promozioni e sconti di vostre aziende partner. Così oltre a dare qualcosa di più avete anche l’occasione per stringere nuove alleanze e proporre agli inserzionisti un modo diverso di fare pubblicità.
  8. Cercate, nel limite del possibile, di evitare di far attivare gli abbonamenti o le “membership” all’interno degli store di Apple o Google. Perdete fino al 40% dei vostri profitti. Invece create un vostro sistema di pagamento esterno che inizialmente sarà più costoso ma che si ripagherà molto velocemente.
  9. Scegliete la tecnologia con cui pubblicare i vostri prodotti con molta cautela perché poi potreste non avere modo di cambiarla. Per esempio ora molti editori sono intrappolati nella Adobe Digital Publishing. All’inizio sembra tutto facile, si usa inDesign e si pubblica quasi nello stesso modo della carta stampata ma poi ci si accorge che la soluzione di Adobe costa molto più di molte altre, non è molto flessibile, è continuamente aggiornata (e questo non è un bene come potrebbe sembrare), ti costringe dentro un sistema proprietario che non ti permette di cambiare se non rifacendo tutto quanto da zero. Ci sono soluzioni basate su sistemi aperti come l’html 5 che partendo sempre da inDesign permettono di avere un formato che può essere facilmente trasferito altrove se si ritiene di aver trovato una soluzione migliore e più economica. Ovviamente per ogni caso c’è una soluzione che abbina meglio il costo e il risultato, compresa la Adobe Digital Publishing. Nonostante tutto noi la usiamo da quanto era in versione beta…
  10. Inizialmente puntate solo sulla versione iPad. È l’unica che venderà decentemente. Oltre a far felice Apple, che potrebbe anche decidere di promuovere gratuitamente la vostra pubblicazione se le piacerà, non disperderete energie e costi in altre versioni che sicuramente sarebbero in forte perdita. Con il tempo, quando le spese saranno stabilizzate e le entrate saranno in crescita, create una versione per iPhone realizzata appositamente (non una versione small di quella iPad!) e solo alla fine una versione Android che mediamente non inciderà mai più del 20% del fatturato rispetto a quella per iOS. Le pubblicazioni su Android vendono poco nonostante la maggior quota di mercato. È semplicemente un tipo di utilizzatore diverso. Quello Apple è più incline all’acquisto, quello Android cerca tutto gratis.
  11. Di solito non c’è mai il punto 11, si tende a far cifra tonda ma credo che in questo caso si possa fare un’eccezione perché importante: non aspettatevi di vendere tanto con le vostre edizioni digitali. Solo i grandi editori anglosassoni sono riusciti ad avere soddisfazioni economiche, tutti gli altri arrancano e le vendite mensili sono misurate in qualche migliaio di copie. Apple fa soldi con i giochi e spinge quelli, l’edicola di iOS è trascurata, a partire dall’icona orribile, è diventata una specie di ghetto dove gli editori sgomitano per farsi vedere dai pochi che la aprono. Un’edizione digitale di successo incide massimo del 20% rispetto ai guadagni generati dalle edizioni cartacee, ma la media è più bassa, intorno al 5%.

Quindi il consiglio finale è: fate le edizioni digitali, è necessario per far sopravvivere la vostra testata ma fatele con intelligenza puntando sulla qualità, inizialmente solo su iPad e selezionando la tecnologia che vi permetta di avere il miglior rapporto qualità/prezzo. Infine credo vi serva una consulenza per evitarvi errori e farvi alla fine risparmiare una montagna di soldi e di stress.

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